Quando il corpo non risponde più come prima, qualcosa dentro chiede ascolto. Capire cosa significa, e come tornare a casa.
C’è un momento, intorno ai quaranta o ai quarantacinque anni, in cui molte donne si svegliano una mattina e non si riconoscono. Lo specchio restituisce un’immagine che non torna. Il sonno è cambiato. Il desiderio è cambiato. La stanchezza arriva prima e va via dopo. E c’è una sensazione difficile da nominare, che a volte si traduce in una frase semplice e dolorosa: non mi sento più a casa nel mio corpo.
Se ti riconosci in queste parole, sappi che non sei sola e non sei sbagliata. È un’esperienza che attraversa moltissime donne nel mezzo della vita, e ha radici che vale la pena guardare con attenzione.
Perché succede di non sentirsi più a casa nel proprio corpo
Le ragioni sono diverse e quasi sempre si sovrappongono.
C’è una ragione biologica. Tra i quaranta e i cinquant’anni il corpo cambia in modo sostanziale. La perimenopausa modifica il sonno, la temperatura, l’umore, il metabolismo, il desiderio. Sono cambiamenti reali, fisici, che ti spiazzano perché il manuale di istruzioni che avevi imparato sul tuo corpo a trent’anni non funziona più.
C’è una ragione culturale. Le donne della nostra generazione hanno imparato presto, troppo presto, che il corpo serve. Serve a piacere, a produrre, ad accudire, a resistere. Te lo hanno insegnato da piccola, che era una cosa da sistemare, da contenere, da mostrare nel modo giusto. E così sei cresciuta in un copione che non avevi scelto, dove il corpo era sempre un mezzo per qualcos’altro. Mai un luogo dove stare.
C’è una ragione biografica. Tutto quello che hai vissuto, soprattutto ciò che non hai potuto dire, resta scritto nel corpo. Nelle spalle che si alzano in automatico, nello stomaco che si chiude prima ancora che tu capisca perché, nel respiro che si fa corto quando entri in certe stanze. Quando il corpo porta troppo a lungo, smettiamo di sentirlo, perché sentirlo fa male.
Il corpo non parla solo quando ti piace
Non sentirsi a casa nel proprio corpo non è un capriccio estetico. È un segnale serio. Significa che da qualche parte, lungo la strada, hai imparato a vivere fuori da te.
Hai imparato a guardarti con gli occhi degli altri. Hai imparato a chiedere al corpo prestazioni e mai ascolto. Hai imparato a zittirlo quando diceva “sono stanca”, “non voglio”, “mi fa male”, “fermati”.
E il corpo, a un certo punto, smette di parlare gentilmente. Comincia a parlare con la stanchezza che non passa, con il dolore che torna sempre nello stesso punto, con l’insonnia delle quattro del mattino, con la fame nervosa che arriva quando finalmente la casa tace. Sono tutti modi del corpo di dire una cosa sola: torna.
Come si torna a casa, nel proprio corpo
Non si torna con un programma fitness. Non si torna con una dieta. Non si torna sistemandolo, contenendolo, migliorandolo.
Si torna con un gesto antico e disarmante: ascoltare.
Prova questo. Per una settimana, una volta al giorno, fermati. Trenta secondi bastano. Chiudi gli occhi e chiediti: cosa sta dicendo il mio corpo, adesso? Non rispondere con la testa. Aspetta. Lascia che la risposta arrivi dal petto, dalla pancia, dalle gambe. Anche se è “sono stanca”, “voglio fermarmi”, “voglio piangere”. Soprattutto se è una di queste.
Non devi farne nulla. Devi solo riceverla.
Restituire al corpo il diritto di essere sentito è già, da solo, un atto di cura enorme. È il primo gesto del ritorno.
Il corpo è il primo territorio
C’è una frase che porto con me da quando ho cominciato a fare questo lavoro: il corpo è il primo territorio. Prima di ogni confine relazionale che fai fatica a tenere, prima di ogni no che non riesci a dire, prima di ogni sì che dai e poi rimpiangi, c’è un confine più antico. Il confine della pelle.
Tornare ad abitarlo non significa diventare un’altra. Significa smettere di vivere come se non fossi mai nata.
Casa, non vetrina.
IL LIBRO CHE TI CONSIGLIO
Se questo tema ti parla, ti consiglio “Il corpo accusa il colpo” di Bessel van der Kolk (Raffaello Cortina Editore), uno dei testi più importanti per capire come il vissuto resti scritto nella carne, e come proprio da lì possa cominciare il ritorno a casa, dentro noi stesse.
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